Km. 2.185,4: Dura come la roccia

La leggera pioggerellina che batte sul tetto in alluminio del rifugio mi sveglia. Mi sento riposato e pronto per quello che mi aspetta oggi.

“È ora di scalare” penso, mentre allaccio le mie scarpe malconce: hanno dovuto pagare un pesante pedaggio per il lungo transito sulle rocce.

Mentre attraverso il ponte a Lehigh Gap, alzo lo sguardo e di fronte mi appare la montagna, coperta dalla nebbia mattutina. Un particolare rende la visione sia unica che terrificante: la quasi totale assenza di vegetazione.

Rocce appuntite adornano i fianchi della montagna, alcuni alberi stanno lentamente cercando di reclamare il loro spazio vitale. A differenza di qualsiasi altro luogo visto finora sul Sentiero, il verde non è il colore predominante e la paura di essere risucchiati dalla noia del tunnel si trasforma improvvisamente nella consapevolezza di mettere alla prova mente e corpo contro il gigante che ho davanti.

La pioggia non aiuta la preparazione psicologica, i massi lisci da bagnati diventano pericolosamente scivolosi e il pensiero di cadere da lassù mi dà una sensazione di sgomento.

Avrei preferito arrampicarmi sotto il sole ma non posso più aspettare: “Maledizione, la pioggia rovina sempre tutto!”

Attraverso la strada ed entro nel sentiero. Il terreno è immediatamente in salita e le gambe non hanno abbastanza tempo per riscaldarsi: è uno sforzo repentino e la respirazione diventa subito breve e pesante.

Poi scompaiono gli ultimi due alberi, lasciando spazio a un oceano di rocce grigio e marrone.

Lì ti rendi conto che le tue gambe non sono sufficientemente preparate.

Per quasi tre mesi ho fatto esclusivamente affidamento sui miei arti inferiori, le mie gambe sono forti, dure come rocce, di certo potrei ferire seriamente qualcuno se lo calciassi nel posto giusto.

D’altra parte, ho perso il contatto con la parte superiore del corpo. Prima di iniziare la mia avventura ho seguito regolarmente un allenamento di boxe, ma adesso le mie braccia sembrano essere utili solo per portare il cibo in bocca.

E’ ora di svegliarle.

Metto la mano nella fessura di un masso e spingo verso l’alto, ma il mio piede scivola sulla roccia bagnata, facendomi perdere l’equilibrio: per poco faccio un incontro ravvicinato tra il minerale duro e la mia faccia.

“Ok, mi devo concentrare” penso, stringendo ancora di più lo zaino sulle spalle. Non ho mai scalato finora e farlo per la prima volta con 9 chili sulla schiena non mi sembra la migliore delle idee, ma devo farlo.

Ci riprovo, questa volta piantando bene i piedi e cercando di avere più presa possibile. Riesco a scalare la prima serie di massi senza guardare dietro di me, mentre mi arrampico il vento comincia a spingermi di lato.

Finalmente arrivo in cima e guardo in basso: il ponte che ho attraversato in precedenza appare come un puntino sul fiume. Chiudo quindi gli occhi e lascio che il vento mi asciughi il sudore dal viso.

La brezza mi rinfresca il corpo. La pioggia si ferma per un minuto, permettendomi di godere appieno del momento.

Ho appena sconfitto il gigante, insignificante rispetto all’intero percorso, ma lassù mi sento invincibile. Ho superato l’ennesimo test che va oltre le tribolazioni mentali e fisiche di questo lungo viaggio.

Dolorante, salto giù per le ultime rocce e finalmente passo su un terreno più agevole. La pioggia ricomincia a cadere, questa volta ancora più forte di prima. Mi metto la giacca antipioggia e comincio a camminare a ritmo sostenuto, ho ancora 15 miglia da percorrere oggi.

Non c’è tempo per i festeggiamenti. O almeno, non ancora.

In Walk We Trust,

The Walking Fed

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