Km 3.525: Fine (?)

La pioggia mi sveglia. Sono nervoso per la giornata che mi aspetta e le condizioni meteorologiche sicuramente non aiutano a ridurre il mio altissimo livello di stress.

Mi siedo in silenzio nell’angolo del rifugio. È ancora buio intorno a me e l’unico rumore proviene dall’acqua che bolle sul fornello. Mentre soffio sul caffè ancora bollente non riesco a pensare a molto ma solo a una cosa in particolare.

“Dubs non è qui.”

Il dubbio che lui salisse sul Monte Katahdin il giorno prima già gironzolava nella la mia mente. Voglio dire: ieri c’era un sole fantastico, mentre oggi nebbia e pioggia la fanno da padrone.

“Tu lo avresti aspettato?”, mi chiede papà.

“Probabilmente sì”, rispondo. Questo è il mio pensiero ma allo stesso tempo capisco perché lui abbia voluto finire ieri la sua avventura.

Ognuno la vive come crede, giusto?

Infatti non sono davvero arrabbiato. Un pò deluso forse, ma oggi è troppo importante per rovinarlo con sentimenti negativi.

Mentre ci prepariamo per iniziare la nostra ultima “passeggiata”, vedo un ranger che mi conferma quello che già sapevo.

“Sì, ho visto Dubs ieri. È salito su insieme a sua sorella e suo padre”, mi dice.

“Come pensavo”, rispondo io.

Ormai Dubs è già fuori dai miei pensieri, poiché c’è qualcosa di molto più importante a cui pensare.

Io e mio padre posiamo insieme accanto al cartello che conferma che mancano “solo” 10 chilometri alla cima. Solo 10 chilometri per raggiungere il più grande risultato della mia vita.

Una folla di famiglie felici, anziani ed escursionisti occasionali riempie il parcheggio alla base della montagna. Sembrano tutti freschi e puliti, con i vestiti stirati e i capelli pettinati.

Io non faccio una doccia da una settimana, i miei vestiti sono tutti strappati e non voglio assolutamente parlare dello stato di barba e capelli. La situazione è talmente tragica che anche mio padre comincia a sembrare un senzatetto.

“Non possono nemmeno immaginare…” penso, sorridendo allo stesso tempo.

Il primo paio di chilometri scorre rapidamente. D’altronde ne ho passate di peggiori negli ultimi mesi. Ricordi le rocce in Pennsylvania? O le scalate quasi impossibili del New Hampshire? Ho persino camminato per quasi 18 ore di fila un giorno!

Mentre cammino vedo dei bambini che saltano sulle rocce seguiti dai loro orgogliosi padri. I loro figli sembrano godersi i loro momenti nella natura selvaggia, invece di affondare la testa e il cervello su qualche videogame. Questa immagine mi riempie gioia poiché le giovani generazioni sono spesso criticate per non apprezzare la natura.

Allora, forse il mio record non durerà a lungo. Dopotutto ho 27 anni e spero davvero che qualche giovane italiano tenti di mollare la routine e vivere un’esperienza memorabile come la mia. Non si tratta di battere dei record, non è mai stato così, ma vorrei far capire che qualcosa può definirsi “follia” finché non è portata a termine.

Ma io non ho ancora finito. Ho ancora qualche chilometro davanti a me.

Arriviamo sopra il livello degli alberi e siamo rapidamente inghiottiti da uno spesso strato di nuvole. Possiamo a malapena vedere di fronte a noi e le raffiche di vento continuano a spingerci di lato. Non è il clima ideale indicato nelle guide alpine per scalare una montagna.

Iniziamo ad arrampicarci su un muro di rocce di cui è impossibile vedere la fine. Arrivati in cima iniziamo a pensare che la meta potrebbe essere vicina. Il vento soffia scoprendo un altro picco, ancora più alto del precedente.

Poi notiamo una scritta su una roccia.

“3 chilometri”

Tre chilometri!” Urlo. “Non e possibile! Stiamo camminando da ore”.

“Tre chilometri?!” mio padre ripete scioccato.

Un pò preoccupati scaliamo anche quel picco e finalmente il terreno inizia a diventare più pianeggiante. Siamo quasi in cima, il che significa che abbiamo finito di usare le mani. Ora si tratta solo di camminare fino al cartello che sogno da 135 giorni. C’è solo nebbia intorno a me, non riesco a vedere nulla, fa freddo e tutto quello che indosso sono dei pantaloncini corti e la mia amata camicia hawaiana. Deve essere un finale epico per un viaggio epico. Il sole l’avrebbe reso troppo facile, troppo insipido.

Dopo qualche tempo, noto che sto camminando da solo. Papà e rimasto indietro, come se non volesse intromettersi nel mio spazio.

“Papà vieni, siamo quasi arrivati.”

Lui non mi risponde nemmeno e io capisco immediatamente.

È il MIO momento.

Sentendo tutto il dolore di più di quattro mesi di cammino, continuo a mettere un piede davanti all’altro mentre tutte le emozioni cominciano a prendere la meglio su di me. Inizio a ricordare tutti i momenti trascorsi sul sentiero, i volti, i panorami. L’improvvisa consapevolezza che tutto questo stia per finire inizia a far vacillare il mio cuore. Improvvisamente, diventa difficile gestire un’immensa sensazione di felicità e soddisfazione mista alla tristezza di realizzare che tutto questo sarà presto solo un ricordo.

Non riesco a capire quanto sono vicino o lontano da quel cartello, ma sento che non rimane molto. Poi, come in tutte le migliori fiabe, accade la magia. Un leggera brezza muove una nuvola e me lo ritrovo davanti. Proprio come l’ho visto in migliaia di immagini, quel pezzo rettangolare di legno inchiodato a quattro zampe finalmente si trova di fronte a me.

Non riesco a muovermi. Verso una lacrima che presto si trasforma in un pianto interminabile. Non piango così tanto da anni, ma eccomi qua, a frignare come un bambino che ha appena rotto il suo giocattolo preferito.

Papà mi raggiunge e mi abbraccia. Continuo a singhiozzare sulla sua spalla senza riuscire a dire una parola. Neanche lui dice niente. Ma cosa c’è da dire?

Dopo un paio di minuti finalmente riacquisto la calma e lentamente raggiungo il cartello. Mi rendo conto di aver perso entrambe le lenti a contatto. Non vedo un cazzo, ma riesco a leggere la scritta bianca sul legno, soprattutto perché ho memorizzato cosa c’è scritto sopra molto tempo fa.

KATAHDIN
NORTHERN TERMINUS OF THE APPALACHIAN TRAIL

Ce l’ho fatta. Sono il più giovane italiano nella storia a percorrere tutto il Sentiero degli Appalachi. Centotrentasei giorni, tremilacinquecentoventicinque chilometri dopo ho raggiunto l’obiettivo di una vita.

È stato difficile? Sì.

È stato doloroso? Senza dubbio.

È stato pericoloso? Assolutamente.

Ne è valsa la pena? Se hai seguito questo viaggio dall’inizio, sono sicuro che già conosci la risposta. Altrimenti immagina i tuoi sogni, speranze, demoni e paure in un unico posto. Immagina di dover mettere insieme corpo, mente e anima per alimentare i sogni e le speranze e per sconfiggere le paure e i demoni.

Si inizia con il corpo. Tutti i muscoli e le articolazioni che strillano a ogni salita. Poi la mente, che il sentiero prova a fotterti in mille modi diversi. Alla fine però, il tutto tocca la tua anima. L’improvvisa realizzazione di raggiungere il sogno è quasi troppo da gestire. La mente e il corpo si uniscono e il tempo si ferma. È pace interiore, estasi calma.

Ecco, questo è ciò che significa e definirlo “un viaggio” è riduttivo.

Percorrere a piedi l’Appalachian Trail è una rivelazione.

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